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Parola al sommelier

Pasqua del mio stivale!

Pasqua del mio stivale!

3 dolci tipici da nord a sud per raccontare questa festa.

La Pasqua non scherza in quanto a dolci tradizionali!
Sarà il periodo dell’anno in cui si celebra, primavera più o meno inoltrata, fatto sta che tra Pasqua e Pasquetta l’appetito vien mangiando tra una sorpresa e l’altra!

Fiumi di cioccolata a parte, abbiamo scelto 3 dolci che sono sinonimo di Pasqua rispettivamente al nord, al centro e al sud Italia.

1) La Colomba: simbolo di pace e della Pasqua. Famosa e apprezzata ormai in tutta Italia, non dimentichiamo che il dolce ha origini lombarde. Venne creata per la prima volta a Milano nel secolo scorso. E’ un lievitato leggero, simile al panettone. La ricetta originale prevede scorze d’arancia candita e  glassa di zucchero e mandorle a coprire.

2) La Schiacciata di Pasqua : sulle tavole toscane non può mancare questo lievitato dal profumo di anice, fiori d’arancio, mix perfetto di aromi che si intona con i primi freschi sentori primaverili. Dolce per la colazione di Pasqua, prevede una preparazione lunga, con l’utilizzo di molte uova, e  delicata. Ma il risultato ripaga tutti gli sforzi! Ottima cotta in forno a legna!

3) La Pastiera: dolce della tradizione napoletana, dall’inconfondibile profumo di cannella e fior d’arancio, che pervade tutta la casa. Molte sono le versioni che potete trovare nelle pasticcerie della città, ma la ricetta tradizionale prevede una base di pasta frolla con all’interno questo composto di grano cotto nel latte, ricotta, canditi e aromi caratteristici.

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PAROLA AL SOMMELIER

Zona rossa o meno, l’importante è che siano bolle!


 

Oggi parliamo di numeri e di bollicine e ci chiediamo quanto saranno effervescenti queste festività.

Non sarà il Natale delle tavolate e delle cene per lo scambio degli auguri, ma gli italiani, a quanto pare, non si faranno mancare un buon vino o meglio uno spumante.

Lunedi 14 Dicembre scorso sono usciti i risultati delle stime, elaborate dall’Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini e di Ismea, che riguardano i consumi di bollicine durante le festività.

Se la matematica non è un’opinione, l’Italia è sul gradino più alto del podio nella vendita di spumanti nel mondo, anche nel funesto 2020, anno che, data la situazione, vede ridotto il potere di spesa della maggior parte dei consumatori che sostituiscono lo Champagne con vini più accessibili economicamente.

Non si rinuncia alle bollicine, quindi, ma si cambia il budget ad esse destinato.

In termini di volume si parla di 273 milioni di bottiglie italiane vendute nel mondo di cui 74 milioni in Italia, perdendo il 2.3 % rispetto al 2019. In generale, 1,6 milioni di calici conterranno vino spumante italiano. Dato interessante è quello del trend a valore da cui emerge una contrazione della domanda interna ed esterna del 9%.

Per quanto riguarda l’export, sono quindi quasi 200 milioni gli spumanti italiani consumati.

Secondo le previsioni UIV-Ismea con le prossime feste si giungerà al 35% delle vendite annuali di spumanti in Italia.

Ma la vera domanda è: dove comprano gli italiani? Complice la chiusura forzata di questo periodo a causa della pandemia, hanno la meglio le vendite in GDO e on line. Questo fenomeno, da un lato non fa percepire la differenza sul volume di vendite, ma, dall’altro fa registrare una flessione del fatturato di più del 12%.

La produzione degli spumanti 2020 non ha subìto molte variazioni e questo grazie all’alta domanda estera (73%). Il metodo classico ha avuto più difficoltà perché di solito è più richiesto dall’Horeca.

Riassumendo:

  • produzione totale spumanti italiani è agli stessi livelli del 2019

  • – 12.5% di bottiglie importate

  • + 2.7% di bottiglie esportate

Da un sondaggio tra nostri contatti, è emerso, in effetti, l’aumento degli acquisti in GDO oppure online, anche da parte dei più restii agli acquisti virtuali per quanto riguarda un prodotto così personale come il vino.

Già, perché il vino è un po’ come un profumo e il suo acquisto deve essere accompagnato dalle parole di chi prima di noi ha avuto fiducia in lui, di chi ha avuto il piacere di farlo roteare nel bicchiere, metterci il naso e constatarne la complessità.

Siamo convinti che il vino debba essere narrato e che dal racconto debba uscire un quadro preciso del terroir, tout court.

Non so se avete capito, ma a noi piace ancora molto andare per enoteche e per cantine.

Buoni propositi per il 2021? Vedere il calice mezzo pieno, non solo per questione di ottimismo.

Parola al Sommelier

Donne di vino


Da ormai 20 anni, il 25 Novembre è ufficialmente la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne. Una parola, eliminazione, che esprime l’assoluta necessità di trovare una soluzione definitiva a questa spina nel fianco per l’intera società. Abbiamo bisogno di parole nuove, di sogni, di scoperte, di idee, per andare avanti ed evolvere senza più assistere, tra rabbia e dolore, ad episodi che, invece, offuscano mente e corpo.

La cosa fondamentale è non essere inermi, ma reagire, reagire e fare, spinti dall’intelligenza e dalla positività presenti in ognuno di noi, nessuno escluso.

Abbiamo deciso, quindi, questa settimana, di raccontare cosa hanno fatto le donne per far ruotare il mondo del vino intorno a loro, come la terra ruota intorno al sole.

Parleremo brevemente di due realtà al femminile. Questo non perché un manager donna debba essere considerato un evento eccezionale, per quanto ci riguarda, ma per dare ancora voce ad un fenomeno economico e sociale, di trasformazione, alla base del quale ci sono decisioni, cambi generazionali, coraggio e amore per il vino come espressione più alta del territorio.

Partiamo da un dato: l’ultimo rapporto Cribis ci dice che è di oltre il 25% la percentuale delle aziende vitivinicole gestite attualmente da donne, le quali producono, insieme alle imprenditrici agricole, il 28% del PIL agricolo. In questi numeri ci sono nomi di donne che hanno dovuto, purtroppo, farsi strada con fatica in un mondo che si pensa appartenere ancora troppo esclusivamente agli uomini.

Una storia su tutte, quella raccontata da Donatella Cinelli Colombini, oggi presidentessa dell’Associazione Donne del Vino, che inizia la sua strada come imprenditrice vitivinicola nel 1998, lasciata l’azienda di famiglia, una delle storiche aziende produttrici di Brunello. In quell’anno, non tanto lontano se ci pensiamo, si è trovata faccia a faccia con una realtà forse inaspettata, per lei che stava cercando di costruire la sua azienda del vino, tra Montalcino e Trequanda, in Val d’Orcia. La ricerca di un enotecnico per la sua nuova cantina le fece scoprire che in questo settore nessuno voleva le ragazze, mentre gli enologi dovevano essere prenotati anni prima. Oggi la squadra di Donatella Cinelli Colombini conta 23 donne su 31 persone in totale. Donatella Cinelli Colombini ha portato avanti le sue idee e ne ha avute di nuove, con pazienza, tenacia e, purtroppo, la consapevolezza di dover dimostrare che con le donne avrebbe costruito e raggiunto i risultati sperati e anche quelli neppure immaginati.

Dalla Toscana saliamo in Veneto, azienda Le Fraghe, dove troviamo Matilde Poggi, che ben quindici anni prima di Donatella Cinelli Colombini, ha iniziato a coltivare il sogno di produrre vino di qualità, nella sua azienda tra le montagne e il Lago di Garda, andando controcorrente rispetto alla tradizione di famiglia che, invece, aveva da sempre venduto le uve ad altri. Dopo trent’anni anche lei continua a sognare, sostenuta dalle sue figlie.

Si potrebbe continuare riempendo pagine e pagine di belle storie dove le protagoniste sono donne imprenditrici che hanno creduto nelle loro potenzialità e hanno portato avanti il loro nome e quello della loro famiglia. Non sarà stata una strada tutta in discesa, senza curve pericolose, ma quello che conta è che, anche grazie a loro, non è più così inusuale trovare un’enologa, una sommelier, un’esperta enogastronomica, finalmente.

Le consumatrici di vino sono aumentate del 10% nell’ultimo anno, secondo dati ISTAT, e sono coloro che maggiormente acquistano una bottiglia in base all’occasione non in base alla marca più o meno blasonata. Sono attente ai dettagli, che fanno la differenza, ma al tempo stesso la annullano.

Non esiste un vino da donna, un vino da uomo, esiste il vino di un territorio, di chi lo produce e di chi saprà apprezzarne il valore.

PAROLA AL SOMMELIER – Come nascono le attuali denominazioni dei vini italiani?


Nel 1861 l’Italia proclamò la sua unità. Dalla suddivisione in regni e granducati la penisola divenne uno stato unitario e il vino divenne “vino italiano”.

Se ci pensate, quindi, il concetto di vino legato al territorio e alla singola regione è sicuramente successivo a quella data!

Nel 1930 un primo passo in avanti: venne emanato un provvedimento che conteneva le prime indicazioni per la tutela delle produzioni Vitivinicole italiane e furono riconosciute e delimitate le zone di produzione di questi vini da parte del Ministero dell’Agricoltura.

Fu questo il momento della prima classificazione dei vini su base qualitativa: i vini cosiddetti “Tipici” furono classificati, in ordine crescente di importanza, in Vini speciali, Vini superiori, Vini fini.

Erano comunque indicazioni poco rilevanti.

Il primo radicale cambiamento si ebbe nel 1963 con il D.P.R. n. 930 sulla tutela delle Denominazioni di Origine che introdusse il concetto, ancora attuale, di Denominazione di Origine e sancì il legame tra vino e territorio. Con questa legge si ebbero le prime norme in materia di produzione e commercializzazione dei vini prevedendo, tra le altre cose, l’introduzione dei disciplinari di produzione, specifici per ogni denominazione. Venne stabilito il nuovo sistema di classificazione dei vini: Vino a Denominazione di Origine semplice; Vino a Denominazione di Origine Controllata; Vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Tre anni dopo questa legge si ebbe la prima D.O.C., la Vernaccia di San Gimignano, e, nel 1980, il Brunello di Montalcino ottenne il riconoscimento come prima D.O.C.G.

Per anni questo provvedimento è stato il riferimento della vitivinicoltura italiana. Ma è agli inizi degli anni ’90 che si iniziò a pensare ad un rinnovamento perché le denominazioni crescevano e il mercato stava cambiando.

È del 1992 la Legge n. 164 che introdusse, quindi, importanti novità pur mantenendo ben saldo il binomio vino-territorio.

Tra le principali innovazioni contenute nel testo normativo ci furono l’introduzione delle I.g.T (Indicazioni geografiche Tipiche), il riconoscimento delle sottozone e l’obbligatorietà delle analisi chimico-fisiche prima della commercializzazione. Ma la più importante novità fu la classificazione piramidale dei vini e quindi l’idea della qualità legata all’origine.

Tutto questo fino ad arrivare al 2008, anno in cui la Comunità Europea decise di attuare un processo di riforma dell’intero comparto vitivinicolo. Con il reg. n. 479 del 2008 furono introdotte norme sulla produzione, commercializzazione, etichettatura, certificazione, nell’ottica di una sempre maggiore garanzia di qualità e sicurezza del prodotto per il consumatore finale.

La riforma ha guidato verso una semplificazione dell’assetto normativo prevedendo solo due categorie di vini: Vini con indicazione geografica (D.O.P. e I.g.P) e vini senza indicazione geografica (generici o con indicazione del solo vitigno).

L’Italia non ha comunque abbandonato le vecchie sigle D.O.C. e D.O.C.G. che possono essere aggiunte a quelle europee oppure inserite da sole.

Qual è la vostra D.O.C o D.O.C.G. preferita?